Dall’evento tenutosi a Castelfidardo, l’intervento della Presidente Donatella Linguiti

Il patriarcato non è un blocco unico, ma un sistema, è una struttura di potere che assegna ruoli, valore e autorità in base al genere e assume forme diverse a seconda della cultura, della religione, dell’economia e della storia di un Paese. Non esiste una sola modalità di dominio maschile, ma molteplici manifestazioni — alcune evidenti, altre più sottili.

Se chiedessi: in quale Paese il patriarcato è più forte?

Molti penserebbero immediatamente a un luogo lontano. Forse a un Paese dove alle donne è vietato studiare. O lavorare. O decidere del proprio corpo.

Secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, al ritmo attuale serviranno oltre 100 anni per raggiungere la piena parità di genere nel mondo. Non in un singolo Paese. Nel mondo intero.

Questo significa che la disuguaglianza non è un’eccezione. È una struttura, e la condizione delle donne è a geometrie variabili.

In alcune realtà è evidente.

In Afghanistan, dopo il ritorno dei Talebani, alle donne, alle ragazze e alle bambine è stato vietato tutto, devono essere invisibili.

In Iran, il controllo sul corpo femminile passa anche attraverso norme rigide sull’abbigliamento e la vita pubblica.

In questi Paesi il patriarcato è scritto nelle leggi. È visibile. È imposto.

Nel mondo musulmano, il patriarcato si intreccia con tradizioni tribali, consuetudini locali e interpretazioni della legge islamica (shari’a), che variano notevolmente da Paese a Paese.

Ma poi ci sono le forme meno evidenti. Ma esistono forme più sottili, che spesso si nascondono dietro l’idea di modernità e uguaglianza.

Nei Paesi europei e nordamericani si registrano alti livelli di istruzione femminile e una crescente presenza nelle istituzioni.

Ma In Europa, secondo dati ufficiali, le donne guadagnano mediamente meno degli uomini a parità di ruolo. Negli Stati Uniti, le donne sono la maggioranza dei laureati, ma restano minoranza nei ruoli di vertice delle grandi aziende.

In Italia, il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi dell’Europa occidentale, e il lavoro di cura non retribuito ricade in modo sproporzionato sulle donne.

Qui il patriarcato non vieta.

Non dice “non puoi”.

Dice: “Puoi, ma sarà più difficile.”

Dice: “Puoi, ma a un costo più alto.”

Esistono poi società in cui modernità e tradizione convivono in modo contraddittorio.

In India, una delle economie più dinamiche al mondo, convivono modernità tecnologica e pratiche tradizionali che limitano l’autonomia femminile in ambito familiare o matrimoniale. Milioni di donne affrontano ancora pressioni legate al matrimonio precoce o alla dote.

In Giappone, uno dei Paesi tecnologicamente più avanzati, le aspettative sociali legate alla maternità incidono profondamente sulle carriere femminili.

Qui il patriarcato è culturale. Non sempre è scritto in una legge. È scritto nelle abitudini, nei silenzi, nelle aspettative.

E persino nei Paesi considerati modelli di uguaglianza, come Svezia e Islanda, la violenza di genere e gli stereotipi non sono scomparsi.

Questo ci insegna una cosa fondamentale: Il patriarcato non è un relitto del passato. È un sistema capace di evolversi.

A volte è brutale.

A volte si nasconde dietro la parola “tradizione”.

Altre volte dietro la parola “merito”.

E non riguarda solo le donne.

Il patriarcato impone anche agli uomini un modello rigido: forza, controllo, successo, invulnerabilità emotiva. Chi non rientra in questo schema viene spesso ridicolizzato o escluso. In questo senso, è una gabbia che cambia forma ma resta una gabbia.

E’ un sistema che definisce rigidamente anche la mascolinità, imponendo aspettative di forza, controllo, invulnerabilità.

Non esiste un solo modello di oppressione, non esiste un solo punto di partenza per il cambiamento, e soprattutto non esiste una sola soluzione.

Il patriarcato non scompare con una legge o con un indice economico: cambia forma, si adatta, si trasforma.

Allora forse la domanda iniziale non è “dove” il patriarcato sia più forte.

La domanda è: in quali forme lo riconosciamo – e in quali lo tolleriamo?

Perché se il patriarcato ha cinquanta sfumature, anche la responsabilità ne ha cinquanta.

Non possiamo limitarci a condannare ciò che è estremo e lontano, ignorando ciò che è sottile e vicino. Non possiamo indignarci per ciò che vediamo nei telegiornali e restare in silenzio davanti a ciò che accade nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro, nelle nostre battute quotidiane.

Il patriarcato sopravvive finché sembra normale. Finché sembra “così vanno le cose”.

Ogni società ha le sue contraddizioni. Ogni cultura ha le sue battaglie. Ogni generazione ha la responsabilità di riconoscere le forme di disuguaglianza che sembrano “normali” e iniziare a metterle in discussione. Non esiste una soluzione universale valida per tutti. Perché il primo passo è imparare a vedere. Vedere ciò che è esplicito. Vedere ciò che è nascosto. Vedere ciò che abbiamo sempre considerato naturale

Io penso che il cambiamento non inizia quando il problema è evidente. Inizia quando smette di sembrarci naturale.

Ogni cultura ha le sue battaglie, ogni società le sue crepe nel sistema.

Riconoscerle è il primo passo per trasformarle.

Voglio soffermarmi un attimo sul tema Patriarcato e mondo musulmano, data la islamofobia ricorrente.

Il tema del patriarcato e dei diritti delle donne nel mondo musulmano è complesso e spesso oggetto di semplificazioni, si intreccia con tradizioni tribali, consuetudini locali e interpretazioni della legge islamica (shari’a), che variano notevolmente da Paese a Paese, non è un blocco unico e omogeneo. Anche il femminismo musulmano non è un movimento unico ed include approcci diversi. Alcune attiviste cercano di reinterpretare l’Islam in chiave egualitaria, mentre altre criticano più radicalmente le strutture sociali patriarcali, alcune attiviste cercano uguaglianza reinterpretando l’Islam, altre lottano contro le leggi o le tradizioni patriarcali, altre ancora lavorano nelle comunità musulmane in Europa e negli Stati Uniti.

In Afghanistan le attiviste femministe operano in condizioni molto difficili, soprattutto dopo il ritorno al potere dei Taliban nel 2021, che hanno imposto forti restrizioni su istruzione, lavoro e libertà delle donne.  Dal 2021 le donne afghane sono tra le principali voci di opposizione al regime talebano. Hanno protestato per istruzione, lavoro, libertà e partecipazione politica. Tuttavia le proteste sono represse con arresti, violenze o intimidazioni.

Il testo sacro dell’Islam, il Corano, contiene versetti che riconoscono alle donne alcuni diritti che, nel contesto del VII secolo, rappresentavano un progresso significativo (ad esempio il diritto all’eredità e al consenso nel matrimonio). Tuttavia, l’interpretazione di questi testi nel corso dei secoli è stata influenzata da contesti patriarcali.

Se ci riferiamo al rapporto degli uomini mussulmani con le donne, il CORANO insegna il rispetto e la dignità delle donne, affermando che uomini e donne sono uguali di fronte a Dio e che entrambi meritano giustizia, rispetto e diritti in ogni aspetto della vita.”

Infatti:

1. Surah Al-Baqarah (2:228): “E le donne hanno diritti simili a quelli degli uomini, in conformità con ciò che è ragionevole.”

2. Surah An-Nisa (4:32): “E non desiderate ciò che Dio ha dato in privilegio ad alcuni di voi rispetto ad altri. Per gli uomini c’è una parte di ciò che guadagnano, e per le donne c’è una parte di ciò che guadagnano.”

3. Surah Al-Imran (3:195): “E il loro Signore ha risposto loro: ‘Non farò andare perduto il lavoro di alcun lavoratore tra di voi, sia esso uomo o donna, che sia parte di voi l’uno dell’altro.'”

4. Surah An-Nahl (16:97): “Chiunque compie opere buone, sia uomo che donna, e sia credente, lo faremo vivere una vita buona e daremo loro una ricompensa migliore di ciò che usavano fare.”

5. Surah Al-Ahzab (33:35): “In verità, i musulmani e le musulmane, i credenti e le credenti, gli obbedienti e le obbedienti, i veritieri e le veritiere, i pazienti e le pazienti, gli umili e le umili, i caritatevoli e le caritatevoli, i digiuni e le digiunanti, i custodi della loro castità e le custodi della loro castità, e coloro che ricordano spesso Dio, per loro Dio ha preparato un perdono e una grande ricompensa.”

Questi versetti evidenziano l’importanza della dignità e dei diritti delle donne nel contesto islamico.

Il Corano è uno solo. Ma le interpretazioni cambiano per lingua, storia, scuole giuridiche, divisioni religiose e politica. In diversi paesi alcune leggi “islamiche” sono state rafforzate o create da governi moderni per motivi politici o sociali.

Possiamo fare degli esempi. Una cosa che sorprende molte persone riguarda alcune pratiche che molti pensano “islamiche” ma in realtà non sono nel Corano, ma vengono, appunto, da tradizioni culturali, interpretazioni successive o leggi create dopo: L’obbligo del velo (hijab) Molti pensano che il Corano ordini esplicitamente il velo islamico ma il Corano chiede alle donne modestia nel vestire, non parla di velo o di burka. Oppure molte persone pensavano che l’Islam proibisse alle donne di guidare. Ma nel Corano non esiste alcun versetto su questo. Il divieto è stato una legge statale in Arabia Saudita fino al 2018. Molti movimenti politici sostengono che il Corano obblighi a creare uno stato religioso. In realtà il Corano: parla di giustizia e comunità ma non descrive un sistema politico preciso

Il Corano, come molti testi religiosi, è stato interpretato in modi diversi, ci sono gruppi, come i talebani, che interpretano e applicano la religione in modi che giustificano la loro visione patriarcale e restrittiva, che porta a cancellare i diritti delle donne e la loro partecipazione nella vita pubblica.

Esistono movimenti femministi islamici che cercano di reinterpretare i testi religiosi in chiave paritaria, sostenendo che l’Islam non sia intrinsecamente discriminatorio, ma che lo siano alcune interpretazioni storiche. Attiviste, studiose e organizzazioni in diversi Paesi lavorano per riformare il diritto di famiglia, contrastare la violenza di genere e promuovere la partecipazione politica delle donne. È importante sottolineare che molte rivendicazioni nascono dall’interno delle società musulmane e non sono semplicemente il risultato di pressioni esterne.

Generalizzare rischia di rafforzare stereotipi. Un’analisi equilibrata richiede di distinguere tra religione e interpretazione, tra norme giuridiche e pratiche sociali, e di riconoscere la pluralità delle esperienze femminili nel mondo musulmano.

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